Trail di Santa Croce
“Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento, / piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento.” (Inferno XIV 27-30) Se le nuvole avessero avuto occhi, avrebbero visto un nugolo di donne e uomini aspettare il passaggio di tutti i trailers, incuranti delle condizioni meteo; offrire a tutti assistenza fisica, alimentare e aggiungerei psicologica, rispondendo così a quelle virtù che portano il nome di generosità, solidarietà, ed appartenenza. Uno dispiegamento di circa un’ottantina di AMICI impiegati a vario titolo: dall’accoglienza, al presidio percorso, rifornimenti etc. (Dalla viva voce di Alessandro Braccio uno degli organizzatori). Il tutto sotto la dolce supervisione e sensibilità de: GRUPPO DONNE BOGLIASCO ASD (gruppodonnebogliasco@yahoo.it). Pioveva ancora quando a fine giornata ognuno di noi prendeva la via di casa. Ha continuato a farlo nel mentre, seduti comodamente al ristorante “La Risacca” degustavamo troffie al pesto, arrosto con patate, crostata di marmellata (non “sintetica”) ed il caffè, il tutto offerto dall’organizzazione … altro che pasta party! Arricchendo così il pacco gara già scaldato di una bellissima felpa riportante il logo della manifestazione. Ha piovuto tutto il giorno, la notte prima. Non ha smesso neanche in un frangente; imperterrita, incessante, incurante. L’acqua ci ha accompagnato fino dentro al ristorante; c’ha poi atteso all’uscita per accompagnarci in ogni dove. Seduto al tavolo dei vincitori, insieme ai Re di questa seconda edizione: l’ovadese Sergio Vallosio affiancato dalla simpatica consorte, trionfatore del trail, ed il genovese Enzo Scamarcia nel Cammino di Santa Croce. Campioni di umiltà. Timidi nel ricevere congratulazioni e complimenti, estroversi nel porli. Gli “sconfitti ad urlare giustificazioni”, loro, cercar riparo sotto l’ombrello della modestia, reale. Sergio, fisico raccolto, muscolatura possente, ha raccontato la sua gara, le sue gare, senza mai specchiarsi nel proprio talento. Preferendo sottolineare che pratica sci alpinismo; “ … e si taglia la legna da solo” aggiunge orgogliosamente Alessandra. Enzo, diversamente, forse anche per la barba da intellettuale che porta, la sua alta statura, le leve lunghissime non da l’impressione, non segue i canoni del tipico trailer; eppure lo avreste dovuto vedere arrampicarsi lungo i crinali del monte di Fascia. K-way rosso, un ragno impazzito. Riprendere e staccare deciso nella picchiata finale i fortissimi Asborno e Balbi. Pensate che durante la premiazione gli hanno persino chiesto: “… mi scusi, lei ha partecipato alla corsa?” Enzo ha preferito ricordare i trascorsi da fumatore incallito, sorridendo serenamente al passato. Re del sovrappeso, e di quello che lo alimenta. A vederlo oggi è da non credere; come si fa a crederci. Una sfida vinta. La vittoria più bella! La gara oltre ai sopra citati ha visto il dominio in campo femminile della sorridentissima Cecilia Mora nel trail. La fortissima atleta della Valetudo Skyrunning si è riconfermata campionessa; capace di concludere la sua fatica al sesto posto assoluto. A suo agio oltre che sui muri ripidi del Santa Croce pure sotto l’impervia via dei riflettori. Nel cammino di Santa Croce la vittoria è andata all’atleta veronese Isabella Lucchini. Giunta a Bogliasco in camper insieme alla sua bella famiglia. Suo marito Gaetano Carcano, terzo/secondo assoluto nel Trail e due splendidi bambini. La mia corsa ha beneficiato della compagnia di diversi atleti, dei quali ho potuto ammirare il gesto atletico, stili opposti. Dai quali ho attinto forza e determinazione. Per nascondermi alla fatica, mentire alla tensione del percorso, andavo ripetendomi frottole: “Se ci riescono loro, ci riesci pure tu”. Mi sono trovato insieme (ho scoperto in seguito anche a pranzo) ad Emanuele Zambarino funambolo dei sentieri. Cadere rialzarsi, come una molla, offrire la mano a coloro che gli cadevano davanti. Affrontare le discese con passetti indemoniati. 4° assoluto al traguardo. Sergio ed Alessandra in coro: “Sai chi è? Un campione di tutto”. Una vita passata sui ring di mezza Europa a mietere vittorie prestigiose: tre corone mondiali, una europea e sette titoli nazionali professionisti nelle varie discipline degli sport da combattimento. Autore d’ imprese no-limits come la traversata in solitaria con canoa dalla Corsica alla Liguria nel 1995, l'Iron Bike del 1997 o il particolare Mega-Triathlon in solitaria di 1.100 Km consistente nel percorrere 3 volte la Liguria da La Spezia a Ventimiglia via mare e via terra alternando consecutivamente canoa, corsa e mountain bike, impresa da lui stesso ideata e compiuta nel 1999 a suggellare l'amore per la Natura e questa Terra. Infine, abbandonati i guantoni ed i clamori dei riflettori, il ritorno alle montagne. Arrampicatore, rocciatore … (tratto da http://www.zambaland.it) E’ stata poi la volta di Gaetano Carcano e del genovese Emiliano Vassallo, trascinarmi per un tratto nella loro avventura; dando forma ad un piccolo convoglio su e giù per i meravigliosi mangia & bevi di Pieve Ligure. Uliveti, terrazze strappate al monte, grondaie di profumatissimo rosmarino. Il mare poco sotto, riflettere i nostri umori. Compagnia spezzata dal loro talento, o se vogliamo negata dall’inesistenza del mio. Così risalendo al Santuario di Santa Croce, il veronese se ne è andato via camminando. In quel momento si gravitava fra l’ottava e la decima posizione. Gaetano è stato capace rimontando il gap lungo il crinale, e scendendo poi per le creuze viscide fino a Bogliasco di raggiungere il pronosticato Davide Ansaldi. Emiliano “look argentato da extraterrestre” è stato prodigo, generoso di consigli, attento, meticoloso segnalatore di pericoli. Mi ha trasfuso sicurezza, dando la sensazione di conoscere a memoria il percorso. Ci siamo fatti compagnia. Mi ha parlato del dentino della figlioletta di sei mesi, della notte in bianco della sua piccina. Del fatto che volendo: “Si riesce a far tutto. Coniugare famiglia e corsa. L’importante come dico sempre, finito la gara aver desiderio di correrne un’altra. Divertirsi, la corsa è divertimento!” Il suo stile è elegante, sui muri scoscesi è fatto d’alternanza, cammino e rilancio di corsa. Così facendo è sparito prima della cima. La picchiata finale ha consegnato Re e vinti al prestigioso traguardo che tutti ricorderemo a lungo nei nostri più cari ricordi. E per dirla alla Fabrizio Gigliotti: “Un giorno potrò dire.....io c'ero!” Se la pioggia cadendo dalle prigioni grigie del cielo avesse avuto occhi attenti, avrebbe visto ed assistito alla coraggiosa sfida alla forza della natura di tanti piccoli esseri umani che salendo a capo chino il crinale del monte tentavano d’avvicinarsi al vento. di Gilberto Costa
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La Via Lattea Trail di Gianluca Di Meo
Sono passati 365 giorni da quella notte di stelle, da quella notte che sa ancora di impresa eroica, una notte di istinto di sopravvivenza ed emozioni incredibili. Per un anno intero ho continuato a sognare un‘altra notte come quella della prima edizione della via Lattea trail. A chi mi avesse chiesto quale fosse la gara più bella che avessi fatto fino a quel momento avrei risposto la 78km di Davos, ma da quel momento : "Via Lattea trail". Adoro la neve, la montagna, lo sci di fondo, il trekking, la corsa, le campestri in particolare e il fascino della notte negli ultratrail. Già questo elenco basterebbe per capire perché la notte della Via Lattea trail sia rimasta nel cuore. Quel giorno siamo diventati tutti degli eroi. Nelle grandi città come la mia Bologna un’ondata di gelo e di freddo aveva paralizzato praticamente tutto.. anche la corsa frenetica ai regali natalizi. Ero partito dal mio paese la mattina un po’ titubante, con la paura di restare bloccato, di non arrivare mai. I 10km per entrare in autostrada sono durati un’ ora...ma da Milano Ilaria mi diceva che la situazione non era critica. Sarei mai arrivato ai piedi delle Alpi Franco-piemontesi? Dopo Torino la risposta. Il sole che illuminava le montagne bianchissime, un sole d'azzurro del cielo. Un contorno da cartolina. Nonostante ciò la temperatura prevista di -30 gradi nella notte mi spaventava. Paura, anzi terrore. Sul sito della gara Maurizio e Nico avevano scritto: "Il percorso si snoda per il 90% sulle piste della Via Lattea, il più esteso comprensorio sciistico piemontese. Questi pendii sono stati i protagonisti delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006. La gara è unica nel suo genere, abbinando la corsa sulla neve alla corsa in notturna, con il solo aiuto della lampada frontale, senza l'utilizzo delle racchette da neve " Il mio zaino riempito fino al colmo del materiale obbligatorio e oltre, io che sembravo l'omino della Michelin da tanto che mi ero vestito. Una 30km sulla neve col buio a -30gradi era qualcosa di imprevedibile, sconosciuto, emozionate e stimolante. Un paio di guanti pesanti in goretex più un paio di scaldini per le mani, un paio di scaldini per i piedi, calzamaglia, tuta da sci di fondo, gilet tecnico da montagna ,pile pesante da montagna, scarpe da trail in goretex, ghette da neve, scaldacollo, cuffia pesante, passamontagna, occhiali trasparenti, doppio paio di calzini e nello zaino giacca pesante in goretex oltre al materiale obbligatorio...dell’ altro???? Gli scaldamani o scaldapiedi sono chiamati anche ghiaccio caldo e si presentano come una busta morbida con dentro del liquido trasparente, che non è altro che una soluzione super-satura di acetato di sodio in acqua, contenente una piastrina metallica leggermente bombata. Schiacciando la piastrina metallica si genera una forte vibrazione nell'intera massa della soluzione. Questa vibrazione provoca un repentina solidificazione del liquido con successiva emanazione di un forte calore. Il calore solitamente si esaurisce dopo 20-30 minuti circa. Esistono anche delle solette riscaldanti per le scarpe, con un principio simile a quelle elettriche, utili soprattutto per chi scia. Mi accorgo subito poco dopo la partenza che l'acqua a -20 ghiaccia....ma dai, che scoperta incredibbbbile!!! Quindi la quantità richiesta obbligatoria, mezzo litro, è inutilizzabile. Gli scaldapiedi, invece, iniziano a bruciare. Vuoi mai che andavano messi sopra il piede invece che sotto???? Più ci camminavo, più ci correvo, più la velocità aumentava e più bruciavano. Ero a -20 e mi sembrava di correre sui carboni ardenti!!!! “Mi fermo per toglierli??? no no con questo gelo....E chi si ferma???... e invece, Si Si, non ce la faccio più!!!” Via guanti, scalda mani, ghette, scarpe e doppi calzini! Operazione che avviene con il sedere sulla neve ,al buio, mentre il flusso delle luci frontali prosegue inesorabile senza aspettarmi. Cinque minuti e sono come nuovo ,giusto piccole ustioni sotto i piedi, ma non stiamo a guardare il dettaglio vero? Si sale, è sempre più freddo, il vento soffia sempre più forte, le mani non le sento quasi più, ho troppo freddo, mani congelate, nonostante abbia un paio di guanti pesanti e gli scaldamani. Il vento mi porta via il pettorale e devo buttarmi nella neve non battuta per recuperarlo bagnandomi fino ai fianchi!! Tanto non è freddo....un tuffetto nella neve era quello che i mancava!!! Arriviamo sul colle dove i militari ci accolgono con the caldo che è una manna per le mani congelate .. non lo bevo ma lo tengo stretto per molti minuti. Un pensiero ai volontari di queste manifestazioni, soprattutto in condizioni estreme...sono grandi quanto noi.... Mi piacerebbe stare riparato davanti al pentolone di the, fermarmi tutta la notte ,fuori è troppo freddo ,io adoro il freddo, ma questo è troppo. Lo so che il freddo o il caldo che sentiamo è solo la percezione di quello che vogliamo sentire, di quello che diciamo alla nostra mente di sentire, come il dolore fisico, la stanchezza, tutto è relativo, dipende dalla resistenza fisica e mentale di ogni persona. Ma il freddo che sento ora è…troppo!!! Leggo gli sms di incoraggiamento degli amici e di mio padre, preoccupati quanto me sulla riuscita dell'impresa in condizioni di salute ragionevoli. Riparto in discesa. C'è Sestriere da raggiungere. Sestriere: con i suoi 2.035 metri è il comune italiano posto alla maggiore altitudine. Il nome Sestriere si accosta a eventi magici di sci, ciclismo....Tour de France, Giro d'Italia, Olimpiadi invernali, Coppa del mondo di sci.... Voglio arrivare a Sestriere, non ci sono mai stato prima. Ma tra me e Sestriere non ci separano solo alcuni chilometri di discesa. Le mani solo sempre più congelate, non le sento davvero più. Il freddo diventa sempre più dolore che prende la testa, inizio a sragionare, urlare, ho paura; in questi momenti vengono in mente pensieri bizzarri, strani, ridicoli.. penso a Confortola, la guida alpina conosciuta qualche anno fa a Santa Caterina, al quale hanno dovuto amputare le dita dei piedi per congelamento dopo la spedizione hymalayana fallita, durante la quale lui è rimasto l'unico sopravvissuto. Ho paura di conseguenze peggiori. Inizia a prendere forma l'idea del ritiro anche se non è nel mio DNA, di solito striscio anche per ore ed ore pur di arrivare in fondo a qualcosa che ho iniziato. Non ci credo veramente neppure io al ritiro, al massimo mangeremo dita sott'olio per Natale.. Un passo alla volta, come nelle ultra-maratone sulla strada e della vita; ragionare un chilometro per volta, avere in testa l'obiettivo ma non pensare mai a quanto manca, ragionare a piccoli passi ,porsi obiettivi intermedi...ora c'è da raggiungere Sestriere, da li vedremo. Il cielo è un ammasso di stelle mai visto prima nella mia vita; tante stelle così luminose, così vicine, così sorridenti, neanche nei posti più sterminati della Patagonia ,neanche sulle vette più solitarie; le condizioni climatiche di quel giorno ci stavano regalando una notte magica, difficile ed epica, per il freddo, per il vento, che aveva costretto gli organizzatori a rivedere il percorso accorciandolo e saltare la salita ai 2700mt del Fraiteve. Nonostante tutto ,la via Lattea ci stava regalando una notte di stelle, di neve che illuminava come fosse mattina presto il paesaggio circostante; centinaia di lucine in fila indiana che disegnavano il sentiero, la strada di una notte indimenticabile. Arrivato a Sestriere, le luci della città e la gente ad applaudire mi davano un po’ di speranza. Le mani non erano messe bene, il pensiero del ritiro era ancora presente, ero solo a metà strada e dovevo scollinare ancora il Basset. Infilo le dita delle mani congelate dentro il the bollente, cosa che non è mai da fare. E' importante che il riscaldamento non sia troppo rapido perché i tessuti congelati sono passati ad un metabolismo anaerobico, senza ossigeno; quando vengono riportati ad un metabolismo aerobico troppo rapidamente si possono liberare delle sostanze che possono provocare danni sia a livello locale che al resto dell'organismo. In caso di un congelamento iniziale, il congelamento può essere arginato scaldando la parte con sfregamenti, frizioni, calore del respiro o, come nel mio caso della mano, tenendola sotto l'ascella. In questo procedimento può darsi che si possa sentire dolore, ma è solo segno che la circolazione si sta riattivando. Però a quelle temperature, in quelle condizioni la testa sragiona facilmente, per cui immergo, come fossero dei biscotti, le dita dentro il the bollente. Nel frattempo un ragazzo più giovane di me decide di ritirarsi e sta per salire sul pulmino. Io penso che correre all’arrivo mi farebbe sentire di sicuro meno freddo che sedermi per non so quanto tempo dentro un pullman ad aspettare altri ritirati. No ..corro fino la fine. Il ragazzo ritirato mi vede congelato e mi spalma una crema canforata sulle mani, aiutandomi perchè orami non sono più in grado di fare alcun movimento e neanche di parlare...i -27gradi del Basset si stanno impossessando anche della mia mente. Non solo, il naso, l'unica parte della pelle esposta era stata graffiata ,punta dall’aria gelida, dal vento, come fossero degli spilli, e iniziava a spellarsi come dopo essere stati per una giornata al sole senza crema all'equatore. Riparto verso la salita che avevo precedentemente disceso...il percorso modificato prevedeva una doppia scalata al colle Basset sul quale i grandi volontari militari aspettavano con il the caldo a 2500m. Sragiono nuovamente. Freddo, forse l'altura, è già tanto che non abbia visto lo yeti, penso. Sono stanco...esausto, ma non nelle gambe, esausto dal freddo. Inizio a guardare le stelle , osservo quello spettacolo indescrivibile...e penso agli amici che mi stanno scrivendo, alla mia famiglia, alla quale non è mai importato nulla delle mie imprese, delle mie corse e nemmeno dei miei successi. Per loro è solo un passatempo che mi porta via tempo prezioso per cose più importanti, per loro mi comporto ancora da bambino allenandomi e non pensando magari a metter su famiglia e conformarmi al resto della società. Eppure in ogni impresa ci sono loro, penso a loro come mia forza, anche se so che non li troverò mai al traguardo, che all’arrivo al mio sms risponderanno "ok" e non mi chiederanno mai nulla di quello che ho fatto e di come sono riuscito a farlo, non saranno curiosi delle stelle e delle emozioni di questi colori....eppure sono nella mia mente e nel mio cuore dal primo all'ultimo km delle mie imprese soprattutto le più dure. Vedo brillare una stella più luminosa delle altre e le do il nome del mio nipotino Thomas, ne vedo un'altra e le do il nome della mamma, e cosi via...sto soffrendo ma sto cercando forza ,sto cercando di non pensare a quanto male ho alle mani, alla mancanza totale sono di energia prosciugata dal gelo... sragiono, piango, parlo coi miei cari che non ci sono più, mi emoziono e dopo un po’ mi ritrovo di nuovo sul Col del Basset . Mi fermo nello spazio coperto per riscaldarmi le mani e i guanti. Passano 10-15 minuti mentre invio sms a tutti dicendo che mancano solo 8km di discesa. Solo 8km!!!Ce la sto facendo!!! Mi rinfilo i guanti per tuffarmi nel buio illuminato della notte della via Lattea. La gioia è indescrivibile, piango....mi sono sentito inadeguato, come un pesce fuor d'acqua, impaurito, ma sono ancora qui e sto arrivando alla conclusione...Sauze D'Olux non può più sfuggirmi. Amo questa gara. E' rimasta per un anno nel cuore, nella testa, nelle mani come fosse stigmate. In ogni momento di paura ricordo quelle condizioni; quando penso che è troppo freddo per fare questo o quest’altro mi viene alla mente la notte della via Lattea che mi ha reso un po’ più forte. Si diventa eroi per se stessi con poco a volte, ma quel poco basta per la propria autostima. Penso a chi finisce per la prima volta la Maratona , una mezza maratona, o chi semplicemente riesce a correre per un’ ora di fila senza fermarsi. Si diventa campioni non solo con il cronometro ,coi risultati di livello internazionale, ma anche nel proprio piccolo con imprese più semplici ma enormi per se stessi, per le persone che ti stanno accanto, per i propri familiari, i colleghi di lavoro che fanno il tifo, ma soprattutto per se stessi. Quando ti metti alla prova e quando vinci una sfida con te stesso, una sfida che qualche tempo prima ti sembrava impossibile da raggiungere e da realizzare, quel sogno si trasforma in un bel racconto da narrare davanti a una birra e una pizza, un bel racconto da rivivere nel proprio cuore magari nei momenti in cui qualcosa non gira nel verso giusto. Un’ impresa non si misura dal numero di km percorsi o dal numero scritto sul cronometro. Un impresa è un impresa. Ed è diversa per ognuno di noi; anche noi per un attimo, quel giorno diventiamo degli eroi. 365. 365 giorni dopo, un’altra via Lattea mi avrebbe aspettato. Questo giorno l'ho sognato per un anno intero. Senza aspettative di risultato, solo per rivivere un po’ di quelle emozioni. Certo, quelle condizioni estreme sarebbe stato difficile averle riproposte tutte insieme, ma non avrei avuto la stessa paura, le stesse ansie, la stessa impreparazione, la stessa irrazionalità. Un anno all’università del trail, il sentiero, la montagna che non ti perdona se sbagli qualcosa, se fai le cose con leggerezza, se non la rispetti come si dovrebbe. La montagna non è un gioco per atleti frustrati dall'asfalto cittadino, per fare gli sboroni sulle vette magari con scarpe da tennis, con la t-shirt a maniche corte saltando qua e là per le rocce e magari scalando senza imbragatura o dove ti sconsigliano di andare le persone più esperte che hanno sentito il meteo...non è un luogo dove lasciare rifiuti come si fa con troppa leggerezza nelle città. Vedo in agosto ondate di turisti che salgono ai rifugi come se fossimo a Rimini, con lo stesso spirito, facendo chiasso con trombette, calpestando o raccogliendo fiori, molestando gli animali come allo zoo...turisti che abbandonano rifiuti per strada, che non scambiano nemmeno un saluto con un altro escursionista che incrociano sul loro cammino, che non si fanno da parte nei passaggi più impervi. Insomma, non è la montagna che conosco io, come la concepisco io, quella che a partire da mio nonno ho imparato ad amare. In montagna noi siamo solo ospiti e, come tali, dobbiamo lasciarla come è e come vorremmo trovarla, non bisogna lasciare traccia del nostro passaggio. All'università della montagna ho fatto un corso di alpinismo su roccia e su ghiaccio, attraverso il quale ho acquisito più sicurezza, più coscienza di quello che faccio. Le discese che erano il mio tallone d'Achille sono diventate la mia forza, un pò per il corso che mi ha sbloccato mentalmente ma soprattutto per quegli esercizi che ti migliorano muscolarmente per prendere veloce la discesa. Centinaia di esercizi con balzi sulle panchine del parco dietro casa mia, mentre i passanti mi guardavano come fossi un matto esaltato. All'università del trail, UTMB, Valdigne, 3 Comuni, Scaccabarozzi, Chaberton; un anno di allenamenti, di salite, decine di ore per volta, 30 ore di allenamento a settimana mi hanno dato qualcosa di più a livello di esperienza e sicurezza. Ricordo prima dell'UTMB, parlando con Matteo Ghezzi, grande campione che mi disse che quel volume di allenamenti non era un volume per finire l'UTMB ma per vincerlo...mi fece sorridere quella considerazione, perché aveva ragione ma io mi sentivo una schiappa con una gran voglia di finire l' ultratrail. Per la via Lattea 2010 mi sarei quindi vestito al limite e il mio zaino sarebbe stato al limite del peso obbligatorio. Tra l'altro nel 2010 il tracciato sarebbe stato percorso interamente rispetto all’edizione ridotta 2009. E il finale molto stuzzicante sarebbe stato dentro il Grand Hotel La Torre e l'ultimo piano di questo il traguardo, dopo aver percorso la rampa elicoidale dell’ albergo scalzi, in quanto all'entrata sarebbe stato obbligatorio togliersi le scarpe. E dopo 30km di gelo e neve il finale sarebbe stato un’incognita intrigante. Decido di non usare le ghette usate lo scorso anno, troppo tempo per toglierle all'entrata dell'hotel e decisamente un peso inutile in quanto la neve sarebbe stata abbastanza battuta. Due paia di calzini come l'anno prima ,una scarpa leggera, più leggera dello scorso anno, 290grammi, un po’ rischiosa come scelta. Tuta da sci di fondo leggera da competizione con maglietta termica sotto; solo gilet da montagna senza indossare il pile, cuffia, scaldacollo, niente passamontagna, occhiali trasparenti per il vento e l'aria gelida, due paia di guanti leggeri, niente scalda mani e scalda piedi, nello zaino niente giacca in gore-tex ma solo un piccolo guscio leggerissimo, quello che uso negli ultra trail estivi. Ho pensato che non mi sarebbe servito comunque, anche se il timore di essere un pò troppo leggero l'ho avuto alla partenza. Anche gli organizzatori, durante il controllo dello zaino sono rimasti perplessi, ma li ho rassicurati di conoscere la via Lattea trail e di essere un sopravvissuto finisher dell'edizione precedente. Nell'edizione 2009 in classifica ero arrivato 119esimo, ma la grande impresa era già stata quella di arrivare alla fine. Per l'edizione 2010 non avevo ambizioni particolari, volevo solo godermi quello spettacolo, anche perchè sei giorni prima avevo concluso la maratona di Firenze da pacer in condizioni di pioggia e freddo difficili e per 40 giorni mi ero allenato pochissimo, al massimo 40 minuti, anche se ai 4000mt del Perù. Per cui non avrei potuto pretendere chissà che risultato. Arrivo alla partenza alle 17:45, un quarto d'ora prima lo sparo d'inizio, poco prima del briefing pre gara. Sereno, molto sereno, senza un briciolo di tensione. Avevo parlato con Lucia fino a 5 minuti prima al caldo del hotel. Batto il cinque a quel campione di Matteo Ghezzi e mi chiedo quanto mi avrebbe dato in termini di tempo quel giorno. Cerco in mezzo la folla Fabio ma non lo vedo, con lui una sana competizione negli ultimi trail che ci ha visti scalare ed arrivare vicini. Vedo Ilaria e Luciano e mi si riempie il cuore di gioia. Ricordo Ilaria all'arrivo dell'edizione precedente.. aveva gli occhi lucidi come me e guardandoci più in profondità, aldilà del colore degli occhi mi disse: "ma non ti viene da piangere anche a te?? hai visto che spettacolo emozionante?" Luciano, invece, finisher di una lista lunghissima di ultramaratone e ultratrail, tra cui il Tour dei Giganti della prima edizione, il quale all’UTMB mi ha trasmesso coraggio con le sue parole prima dell'infernale nebbia e gelo del Col Ferret. Luciano mi disse che per lui ero forte e che avrei potuto rendere di più giù quel giorno. Infatti dalla 600esima posizione passai al traguardo 112esimo, partendo la mia rimonta proprio dalla discesa del Col Ferret. Durante le ultra, sia su strada ma maggiormente nei trail, ogni incontro, ogni scambio di parola, ogni incoraggiamento, ogni sorriso, per esempio di un contadino o di un bambino, sono pezzi di un puzzle di emozioni che assemblati diventano un’esperienza unica da rivivere nel dvd del proprio cuore; ogni esperienza, ogni incontro, ogni parola è un pezzetto di storia della nostra impresa. Ascolto il briefing con le indicazioni sul percorso di gara e mi defilo nelle retrovie, comunque non mi sento benissimo, ho sonno, tanto sonno. Sono mesi che dormo pochissimo!! Partiti!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! 365 sto correndo la Via Lattea trail. I primi chilometri sono a velocità controllata, in compagnia di Nico Valsesia che fa l'andatura. Appena fuori dal paese, la strada si impenna come uno scivolo pieno di neve ed inizia la vera gara. Mi accorgo subito di sentirmi leggero, notevolmente più leggero di quello che mi aspettavo .Inizio a superare perchè davanti sono troppo lenti; non voglio forzare ma sembrano davvero tutti fermi. Correndo sulle pendenze innevate senza nessuno sforzo noto che gli altri camminano. Si mettono dietro la mia scia un gruppo di ragazzi dell’ esercito, ma in un attimo li perdo, eppure mi sto controllando. Mi sento leggero, potrei spingere di più ma la strada è ancora lunga. La neve è meno dura dell'anno passato,fa meno freddo; invece che -27gradi sul Fraiteve sono previste temperature all'incirca di -20 gradi....caldo africano direi. La neve meno dura rende più difficile salire; si affonda e devo andare da una parte all'altra del sentiero per trovare neve più dura da calpestare. Quando la pendenza del sentiero innevato si riduce, riesco a correre anche veloce. Non ci credo. Sono notti che non dormo, prima in Perù, poi per quella matta dolcissima di Lucia e la sua Firenze. Non pensavo di stare così oggi, quando scoppierò? Via i pensieri negativi, in gare come queste bisogna avere pensieri positivi, non pensare al peggio. Il bello è proprio mettersi in gioco ,mettere in gioco la propria forza mentale e la forza fisica, vedere come risponderanno entrambi allo sforzo nelle diverse situazioni della gara. E anche se crollerò, anche se non andrà per il verso giusto, sarà divertente scoprirmi, scoprire un altro pezzo di me in una situazione difficile. Ogni volta che corriamo verso una meta impariamo a conoscerci un po’ di più e non importa se e quanti ostacoli ci troveremo in mezzo la strada, ma in che modo saremo in grado di superarli per arrivare alla meta. Le stelle sopra la via lattea non sono luminose e addensate come l'anno passato ma il fascino è indescrivibile. Al bivio della 10km con la 30km le lucine frontali dietro e davanti a me sono rade, molto più rade, in alcuni momenti penso di aver sbagliato percorso. Com’ è possibile? L'anno scorso erano tantissime. Non è che sto andando davvero forte? Dov'è Fabio? Non è che sto esagerando? Ad un tratto mi trovo davanti ad una lastra di ghiaccio che si impenna impazzita per decine di metri. Vedo da lontano tre ragazzi che si accingono ad affrontarla scivolando all’indietro o di lato, e mi ricordo le lezioni di ghiaccio da principiante di Marco a Punta Herbronner e urlo: "piedi a spina di pesce (come in "tecnica classica"), o spingete nel ghiaccio come se aveste i ramponi.!!!" Questi si girano e mi prendono per matto, poi mi metto in testa al gruppetto che mi segue imitandomi timidamente e poco dopo siamo fuori dall'ostacolo. Mi carico e li stacco tutti e tre e arrivo sul Fraiteve a 2700mt. L'anno passato non ci siamo potuti arrivare per le condizioni pessime del tempo. Siamo sul punto più alto della corsa, fa freddo ma si resiste. Entro nel rifugio perchè qualcosa di caldo al volo ci vuole. Vedo una donna vicino a me...Giuliana. Che ci fa qui? Si è persa?? Che ci faccio io qui!!!!! No no di solito mi da delle ore questa campionessa nel giro della nazionale di ultratrail, l'anno scorso mi ha distaccato di più di un’ora, allo Scaccabarozzi di 2 ore, che succede? Scendiamo insieme verso Sestriere. Sestriere, mitico Sestriere.. quanti ricordi nel 2009 quando non c'ero mai stato prima. Quando volevo ritirarmi. Ora la parola ritiro mi farebbe ridere a crepapelle. Là troverò tanta gente pronta a batterci le mani e tante luci affascinanti, non vedo l'ora di arrivare. Scendo senza forzare con Giuliana e, arrivati a Sestriere al controllo pettorali, mi dicono che sono trentesimo.. trentesimo??? l'anno scorso sono arrivato 119esimo!!!WOW!! Sestriere sei bellissima ma...............s'è fatto tardi, ho il col Basset da scalare e ora sono ancora più carico. Inizia la salita e il mio proposito è di provare a stare con Giuliana. Ma la perdo subito senza neppure forzare. Non ci credo, la sto staccando!!! Siamo lucine rade sulla salita, che mette a dura prova le gambe stanche e ora la neve non durissima che fa affondare le gambe da molto fastidio. Vago da un lato all'altro del sentiero in cerca di neve sempre più dura. Nonostante ciò la salita scorre via bene e, quasi verso la cima, incontro una donna, sembra avere un viso conosciuto, deve essere anche molto forte se si trova davanti l'Arrigoni. Ho sete, tanta sete, non ho riempito la borraccia a Sestriere, da qualche chilometro sono disidratato, sragiono, ho afferrato anche la neve per disperazione per metterla in bocca ma mi aumenta solo il caldo addosso; la neve non ha sali minerali per cui non toglie la sete, ti da solo un senso piacevole di fresco in bocca. Arrivo al Col Basset e al ristoro nel rifugio. Mentre mi attacco letteralmente alla bottiglia dell'acqua, la donna con cui ho scollinato prosegue senza entrare. Quando riparto mancano pochi chilometri di discesa e la discesa è anche la mia specialità!!!Vado via proseguendo di forza tenendo il baricentro spostato in avanti per non perdere l'equilibrio; la discesa è ripidissima e tutta di neve non troppo battuta; lascio andare le gambe e ora fanno malissimo, ma continuo a superare dei corridori. Le luci di Sauze d'Oulx si avvicinano.Sto facendo una gara fantastica e me ne rendo conto sempre di più, per di più nella gara delle gare, quella che per 365 giorni ho aspettato. Ogni tanto mentre proseguo nella discesa urlo a me stesso per tenere alta la concentrazione, per dirmi di tenere il baricentro in avanti dato che mi viene naturale spostarlo indietro e perdere l'equilibrio; per non deconcentrarmi urlo perchè una discesa così ripida se è presa forte è difficile, si affonda dentro la neve e si diventa una valanga umana. Arrivo in paese ed è quasi finita, oramai manca solo il Grand hotel che è un incognita. Bellissima la passerella solitaria tra gli applausi della gente e tra le luci del paese da dove ero partito 4ore prima; ma quello che succede dopo è ancora più fantastico....il Grand Hotel La Torre. Mi aprono la porta e...un sogno: centinaia di persone dentro l'hotel che gridano e fanno il tifo; Maurizio che al microfono annuncia il mio nome; mi tolgo rapidamente le scarpe e lascio i bastoncini accanto a queste ultime. Poco prima un altro corridore aveva fatto la stessa operazione. Inizia una rincorsa tra noi, un gioco tra me e lui sulle rampe elicoidali dell’ Hotel mentre di sotto la gente ci guarda e fa il tifo e urla, mentre gli applausi della gente ai piani mi carica. Sono scalzo. Ho appena corso 1000mt di discesa al freddo. Successivamente l'entrata al calduccio dell'hotel e la salita ai piani ha fatto diventare le gambe di legno non reggendo al contrasto. La rincorsa all'ultimo piano sembra non finire mai. Ma intanto me la godo tutta. E'una passerella. Da dietro non arriva ancora nessuno. Perdo la piccola sfida tra me e il corridore con cui ho iniziato la salita ai piani ma non importa. Arrivo 19esimo!come?? Avete tolto un 1 davanti??? da 119 esimo 2009 a 19esimo??? Al tavolo del ristoro vedo sorseggiare un the caldo la campionessa del mondo di trail, Cecilia Mora in persona!!!! ecco chi era la donna che avevo raggiunto sul Basset!!!! Non ci credo, arriva di solito 2-3 ore prima di me!!! Non riesco a contenere la gioia!! Scendo e dopo 10 minuti vedo salire sulle rampe Beppe, il vincitore dell’Abbots way 2010 e gli urlo grida di incoraggiamento, ormai anche per lui è finita, non ci credo, Beppe dietro di me??? Recupero le scarpe e i bastoncini al piano terra dell'hotel e la mia felicità si spegne per un attimo quando Ilenia mi chiede se avessi visto il suo fidanzato. "Ma come? "dico io..." Matteo non ha già fatto la doccia? "No, spero che non gli sia capitato nulla, si sarà ritirato e sta aspettando che lo portino all’arrivo”. Ma sarebbe già lì se fosse successo. Anche lei ha lo stesso pensiero ma continuo a ripetere che non può essergli successo nulla. Di solito quando arrivo lui ha già fatto la doccia, mangiato, digerito e sta venendo a guardare gli arrivi di noi comuni mortali!!! Dopo 17 minuti arriva Giuliana e arriva Matteo, dopo 35 minuti arriva Fabio... 365 giorni dopo quella notte magica,365 giorni dopo essere diventato un eroe della via Lattea 2009,mi sarebbe bastato arrivare e godermi quello spettacolo, del quale ho bisogno quando i momenti di tristezza ogni tanto mi assalgono lungo l'asfalto mentre vado a lavorare la mattina presto. Mi sono presentato alla partenza tranquillo, sereno, senza aspettative...invece la via lattea mi ha regalato un'altra serata indimenticabile anche dal punto di vista sportivo, arrivando insieme o prima dei miti del trail. Non sto nella pelle. La notte della via Lattea dormo solo mezz'ora, fra poche ore riabbraccerò Lucia dopo un bel po’ di tempo e questa volta quell'abbraccio sarà qualcosa di importante. Rivivo ogni passaggio di questa impresa milioni di volte. senza scordarmi la neve, il cielo, le stelle, l'aria...è una serata di imprese come 365 giorni prima. 365 giorni per aspettare qualcosa di fantastico. La via lattea Trail. |
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Trail di Portofino 2010 di Gilberto Costa...
Un ringraziamento a tutti i tanti volontari lungo il... 3° Trail di Portofino 2010 Fare all’amore è un totale abbandonarsi all’emozione sotto l’egida aurea dei sensi.Correre i trail è un trasporto mentale. Partecipare a questo di Santa Margherita è l’arcobaleno nel cielo, un bagliore, raggio di sole!...ottima organizzazione, imperdibile mattinata. Pioggia, vento, nebbia e fango hanno reso spettacolare questo meraviglioso trail. Unico nel suo genere. Stretto alle rocche del monte, tra l’ immensità del cielo e quella del mare...San Rocco di Camogli, i suoi scorci angusti, poi d’un tratto … ecco aprirsi una vista a perdi fiato. l'Abbazia di San Fruttuoso, il passaggio sotto il voltino, accesso virtuale temporale. Respirare l’aria tempestosa di antiche incursioni corsare. Saccheggi, pestilenze, e carestie. La collera del mare infliggersi sull'arenile... Saltare lunghi il rigagnolo che fende la battigia per tornare in tempo al reale; prima d’annegare sogni ed immaginazione nei flutti scuri, e rabbiosi . Prima d’ affondare nel mare irato, aggravati dal dolore del lattato. Zavorrati dal fiatone, assordati dai tonfi del cuore che spara colpi furibondi. La partenza libera l’adrenalina compressa dall’attesa; i sorrisi nei volti dei tanti partecipanti mutano in concentrazione. La pioggia compare puntuale ad accompagnare il trasferimento dalla cittadina rivierasca, passando per Nozarego fino all’ingresso del bosco. Non è nemica, tutt’altro, è una carezza refrigerante. La salita arriva costante, selettrice naturale. Ci consegna alla prima creuza allungati, già scremati. I primi, vittime di loro stessi, divorati dal loro talento! Dopo l’ingresso a gradoni bassi, larghi di cemento, ecco la creuza di pietre viscide, scivolose. Annaspiamo divertiti cercando la presa, l’aderenza. Alcuni, più avezzi alla superficie si ritagliano un po’ di terreno fermo ai margini della via. Il silenzio domina assoluto, si odono i “lamenti” della fila indiana. L’ascesa è continua, inizia la battaglia interiore, a chi dare ragione? Alla vocina che urla: fermati, cammina! O a quella che grida: non mollare, coraggio corri!! Scollinare è una benedizione, arriva giusto dopo (o presso) il ristoro rifornimento. La nebbia inghiotte tutto. Cela chi ci precede. Mimetizza chi segue. Le foglie giacciono a terra brillando bagnate. Dopo l’ apnea ascensionale si torna a respirare. Le gambe si allungano dopo aver mosso mille impossibili passi. La tregua termina in coincidenza dello stringersi, l’inclinarsi del sentiero. Qui iniziano i scivoloni, i sorpassi e gli abbandoni. Ecco le scalette che precedono San Rocco, non si corre, si pattina. Mi ritrovo a correre in mezzo alla “guerra” delle PRIME DONNE. La seconda finale e all’italo Argentina, come elastici ingarbugliati. La prima è distante. Per mia fortuna, dopo una “breve supremazia” vengo sconfitto, cedo cavallerescamente il passo. Mi avrebbero, mi sarei trascinato al disastro, sfracellandomi contro le rocce dei loro ritmi. L’abitato è raggruppato intorno al suo sagrato, la viuzza abbellita da sponde d’alberelli di ulivo, uniti tra loro da reti arancioni, verdi, forse gialle, paramenti occasionali, galleria trasparente di una passerella d’onore, terminata la quale ...si risale, un purgatorio virtuale. Testa bassa ad osservare la scalinata naturale; terra scura, pietroni duri semicoperti da foglie appiccicose. Iniziano i corbezzoli, sembrano grossi fragoloni. Non ne avevo mai visti ( … li aveva descritti). In cima al “purgatorio” ci si ritrova allo scoperto. Sembriamo il carico di lupini nella pancia della Provvidenza de i Malavoglia, sballottati in mezzo alla tempesta. Scaglia forte il vento. Schizofrenico, tortuoso come il disegno di questo errare, attraverso il gesto fisico più semplice ed antico del mondo a passo, o di corsa! Le onde lontane, s’infrangono furiose sugli scogli, in basso sotto di noi. Rientrati nella selva, il cammino ci conduce al ristoro, passaggio ipotetico dal “purgatorio” alla discesa ripidissimo e sdruccioloso dal finale a spirale. Oltre l‘abbazia, il “paradiso” la piccola spiaggia. Proiettati, neanche a volerlo sui gradini che conducono all’ultima salita. “L’ inferno” nel quale caracollando si sale, un passo avanti, uno indietro, piede destro, poi sinistro … poi, poi quel che viene, basta scappare! Il finale ripercorre in parte il tratto iniziale, setaccia le distanze, decreta emanando le ultime sentenze... Consegna l’ordine d’arrivo finale ad un pezzetto di mare, impetuoso come questa fantastica terza edizione. Tanti piccoli francobolli di cuore bighelloneranno la per sempre, trasparenti e sereni fra Santa Margherita e i ricordi, rimbalzando sopra il cielo, addosso al monte, in braccio al mare e ritorno. Di Gilberto Costa di Gilberto Costa
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Boa Vista 2010, racconto di Barbacetto Giacomino
La mia Boa Vista Ultramarathon, di Giacomino Barbacetto È la decima edizione quest’anno e ormai si possono trovare tanti racconti su questa bellissima gara. Non mi va di ripetermi nel narrare passaggi ai vari checkpoint, tempi di percorrenza, distacchi, classifiche ecc. Voglio raccontare la mia Boa Vista Ultramarathon 2010 in un modo un po’ insolito, cioè come vorrei rimanesse nei miei ricordi, descrivendone alcuni paesaggi e ricordando alcune persone che ho incontrato in questa Avventura. La corsa è di 150 km no-stop, in autosufficienza alimentare. L’organizzazione fornisce solo acqua e assistenza medica, il percorso è segnalato ma è bene sapersi anche orientare con il road book fornitoci alla partenza. L’isola non è molto grande, circa trenta km da nord a sud ed altrettanti da est a ovest e poterla girare in lungo e in largo a piedi è davvero un privilegio per pochi eletti in quanto racchiude una natura ancora incontaminata che credo si possa trovare tale solo in pochissimi posti su questo pianeta. Io che provengo da un paesino di montagna sono rimasto forse più stupito degli altri nel vedere queste immense spiagge vergini ed incontaminate costeggiate da un mare trasparente color turchese. A bocca aperta anche quando, al primo punto di controllo, si incontra il più grande relitto esistente al mondo, nella spiaggia di Boa Esperanca, a nord dell’isola, che spunta possente dall’acqua a pochi metri dalla riva e mi fa precipitare in un attimo dentro un romanzo di pirati. È il deserto di Viana... che sembra impossibile ma inizia senza preavviso. Sto calpestando delle sterpaglie di piante apparentemente secche cresciute tra i sassi rosso mattone e mi trovo di fronte, in un batter d’occhio, ad una distesa infinita di sabbia color cipria nella quale perfino le foto diventano chiare, quasi sbiadite e di color pastello e capisco che sto entrando in un mondo che non è il mio, è misterioso ma non incute paura, anzi, mi dà un senso di pace. Non ci sono serpenti, per fortuna e questo mi ha tranquillizzato: era l’unico timore che mi ero portato appresso. Di spaventi, comunque, ne ho presi, soprattutto la notte, mentre si costeggia la salina, quando una miriade di grandissimi granchi mi vengono incontro salterellando come se fossero sui trampoli, si avvicinano incuriositi, attratti forse dalla luce frontale. Poi si allontanano di scatto col tipico movimento laterale e pare che il terreno si sposti facendomi perdere l’equilibrio. Di giorno gli unici esseri viventi con cui faccio confidenza sono le zanzare e gli stormi di libellule coloratissime dal rosso al blu, alcuni piccoli somari pelosi e qualche cane randagio apparentemente innocuo e tranquillo. I pochissimi alberi che mi appaiano lungo il cammino sono le palme: molte di esse sembrano degli scheletri piegati dal vento altre, invece, si ereggono maestose come delle torri. Sotto le due più grandi ci hanno fatto il checkpoint numero 3, che posso facilmente vedere da lontano e mi indica la retta via per l’uscita dal deserto. Ci sono dune più modeste anche dalle parti di Espingueira, cumuli sabbiosi ricoperti da una misera vegetazione di piante grasse e sterpi, io le ho attraversate di notte e non capivo se il terreno fosse in salita o in discesa, e mi hanno ingannato anche sulla percezione della distanza che stavo percorrendo. È tutto magico, alle volte mi sembra di volare, altre corro corro e mi sembra di essere fermo (questa non è magia però, è stanchezza...) Ero solo ma non avevo paura, poco prima avevo incontrato Francesco a cavallo del suo quod il quale mi aveva confermato che stavo procedendo nella giusta direzione e che aveva appena controllato le balise di segnalazione lungo la pista. La spiaggia a sud, che si percorre circa a metà gara, è una distesa di sabbia bianchissima e uno dei tratti più impegnativi mentalmente. Quel luogo è stato testimone di un fatto che merita di essere raccontato perché, secondo me, racchiude lo spirito con il quale ogni podista amatore dovrebbe affrontare queste imprese. Angelo è un ultrarunner non più giovanissimo ma dal fisico asciutto e scattante, con una lunga barba che gli copre mezzo volto e due occhi brillanti da bambino che gli conferiscono un’aria simpatica. Tutte le mattine che precedevano la gara si faceva la sua bella corsetta fino al primo checkpoint oppure usciva con la montain bike a scrutare i posti nascosti dell’isola. Io mi dicevo: cavolo, questo è uno forte, nemmeno prima di una gara così dura si concede un minimo di riposo! Alla fine dei lunghissimi venti chilometri di spiaggia è giunto assieme ad altri tre atleti: probabilmente l’idea era di continuare assieme. Arrivato al punto di controllo sì è tolto zaino, scarpe, maglietta, pantaloncini e mutande, adagiando tutto questo stomachevole materiale puzzolente su una pietra. Poi si è girato verso gli altri, sbigottiti da quella vista, e ha pronunciato queste parole: “Io non ho scuse, com’è consuetudine giustificarsi in questi casi, non ho dolori atroci, crampi allo stomaco o altre magagne che mi impediscono di proseguire, ho fatto abbastanza oggi, sono troppo stanco e sorridente”. Terminato il breve “discorso”, in un baleno si getta, con un agile tuffo, nell’oceano. Quando esce pimpante e rigenerato si rivolge a Piergiorgio, il “guru” super abbronzato dai lunghi capelli nonché ideatore della manifestazione e si mette a completa disposizione per aiutare lo staff nelle lunga notte che sta per giungere. L’ho incontrato poi all’arrivo, mentre a squarciagola mi incitava, in gruppo con un nutrito pubblico, forse una ventina di persone. E, sempre sorridente, mi porge una freschissima bottiglietta d’acqua. E qui che entra in scena un altro angelo, che di nome fa Mario, uno dei medici dell’organizzazione, anche lui atleta, ed è stata la persona che dopo mia moglie ho più desiderato di trovare ad aspettarmi perché i miei piedi sanguinanti urlavano di dolore. Con una gentilezza non comune, mi ha resuscitato dallo svenimento provocato da un calo di pressione, cosa che succede spesso nelle gare lunghe. Di solito risolvo questo inconveniente sdraiandomi coi piedi in alto, mentre stavolta me ne sono dimenticato e quindi, poco dopo, giunsi all'hotel attaccato ad una flebo con tutto il mondo che girava intorno a me. Senza guanti e maschera antigas si è anche prodigato ad alleviarmi il dolore acutissimo ai piedi, completamente maciullati dalle scarpe che forse non erano particolarmente adatte a questi terreni pietrosi. Come gesto di riconoscenza gli ho appena spedito a sua insaputa una pregiata bottiglia di grappa alle erbe di montagna. Non ho mai visto un dottore astemio, io sono fatto così... Chissà se anche Gianfranco, il giornalista, sta scrivendo il suo racconto in questo momento. L’ho conosciuto due sere prima della partenza ed è stata una piacevole compagnia durante la cena a base di aragosta nel locale del mio compaesano Luca. È strano come ad entrambi una brutta malattia fortunatamente risolta ci abbia catapultato, in tarda età, nel mondo del podismo. Forse anche per questa insolita coincidenza abbiamo notato subito che c’era un certo feeling tra noi ed oltre che abbuffarci di ogni ben di Dio abbiamo parlato senza sosta fino a tarda sera. Mi disse che era un po’ intimorito da questa competizione perché fuori della sua portata in quanto non si era mai cimentato su distanze così lunghe e che sicuramente non sarebbe stato in grado di concluderla. È stata una grande gioia quando ci hanno comunicato il suo arrivo assieme ad altri due atleti, e mi è dispiaciuto non poterli applaudire all’arrivo. Per me, percorrere anche quelle poche centinaia di metri che distavano dall’hotel, sarebbe risultato impossibile nelle condizioni fisiche in cui mi trovavo. Mai come in questi casi la consumata frase “volere è potere” si è rivelata perfetta per tutta quella situazione. Boa Vista Ultramarathon non è solo una sfida contro te stesso, non è solo fatica e dolori, è una lezione di vita che ti conduce nei momenti di maggior difficoltà ad essere quello che veramente sei, non ti puoi imbrogliare, se sei sincero con te stesso sei anche in pace e corri sereno fin dove la mente ti vuole portare. Ne ho fatte diverse di Ultra, molte perfettamente organizzate e stupende, ma questa ha qualcosa in più oltre all’incantevole paesaggio. Sarà il fascino esotico, l’atmosfera familiare che si respira, sarà che ho anche un conto in sospeso con lei, comunque, alla prossima edizione, ci sarò e spero con me tanti altri, perché merita davvero un più ampio riconoscimento rispetto a quello che gode attualmente. |
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Mision, Patagonia di Pasquale Brandi
Mision 2010 una gara di montagna sulla Cordigliera delle Ande in Patagonia di 150km Ieri sono tornato dalla mia ultima fatica...una gara corsa in Argentina, sulla cordigliera delle Ande, in Patagonia, dove la natura la fa da padrona...purtroppo la spedizione inizia sotto cattivi auspici : mi perdono la valigia in aeroporto (non sanno se sia ancora in Europa oppure in Argentina...) ed io mi ritrovo senza il mio cibo e senza alcune attrezzature particolarmente leggere...anche i vestiti più pesanti sono rimasti nella valigia...panico : ricompro quello che trovo e che serve (ho + 1.5 kg di peso....) mentre il mio amico belga Thomas mi presta fuseax tre quarti e maglia tecnica pesante per la notte.... Correre con abbigliamento non proprio è sempre un'incognita (non sai come il tuo corpo si comporterà con la sudorazione...) ma non si può fare altrimenti.... nei due giorni precedenti la partenza tempo bello e poi, come previsto, arriva la pioggia prima e poi "mui mui frio" ...l'organizzatore insiste su questo punto, facendomi presagire una gara cazzuta... alla partenza del primo Dicembre più o meno alle 12.00 piove e tira vento ed io parto con la giacca "seria" già indossata.... io e Thomas (avendo fatto un pò tardi col taxi...) siamo in prima linea per la gioia di cameramen e fotografi..... si parte subito molto veloci e, appena lasciate le strade del paesino, mi attesto su un prudenziale 5.10 al chilometro... lo sterrato è piano e se non si corre qui. Appena entriamo nel bosco capisco che sarà veramente dura... i concorrenti locali davanti a me, si orientano sul nulla mentre io non riesco nemmeno a vedere i segnali...guardo Thomas e vedo nei suoi occhi la conferma ai miei timori.... comunque dopo un pò inizia la brutale ascesa al cerro Colorado prima e Bayo dopo sulla cresta ci sono raffiche paurose e restare in piedi è una scommessa. Abbiamo percorso una quindicina di km ed inizia la discesa attraversando le piste da sci...su un tratto di neve ghiacciata in discesa e contropendenza, cado e mi rompo il mignolo della mano sinistra....mi fa un male cane ma il freddo pungente aiuta...scesi più a valle nel bosco il dolore aumenta ed approfitto di un gruppo di due locali per rilassarmi nella navigazione e per steccare il dito con due bastoncini di legno ed un elastico... male faccio perchè sbagliamo strade e perdiamo più di 1 ora per recuperare gli 8 km percorsi... al primo CP ci controllano alcuni materiali obbligatori... un medico non c'è e ci metterà 1 ora per arrivare...decido quindi di farmi mettere un pò di tape e di proseguire... quando incontrerò un medico deciderò sul da farsi... la mano è gonfia e non so se riuscirò a mettere il guanto per la notte.... attacchiamo la valle del Rio Bonito con molti attraversamenti del fiume abbastanza tecnici... ormai mi sono abituato ai continui scrosci di pioggia ed anche i segnali rossi sulle cortecce degli alberi sono divenuti familiari. Arriviamo abbastanza presto al successivo Cerro... quando usciamo dal bosco per raggiungere la vetta si materializza istantaneamente il forte rumore che ci ha sempre accompagnato nel bosco, vento mostruoso, nevicata e fondo da capre di montagna. Il Cerro Newbery è doppiato ed attacchiamo il lungo tratto che ci porterà alla prima "cantina" dove ci attende un piatto caldo... siamo in un paco nazionale e quindi niente più spray rosso sugli alberi ma solo colpi di machete... chissà come cacchio faremo a vederli stanotte... dopo 12 ore esatte abbiamo coperto i 61 km fino alla prima cantina... seduti FUORI (meno male che non piove più) mangiamo mettiamo i vestiti pesanti per la notte... è arrivato freddo ed è previsto ancora peggio... siamo un trenino di 6 persone ed attacchiamo la valle del fiume Rangituco... inizia a nevicare e trovare la strada è sempre più duro... mi sono scoperto segugio di sentieri di prima classe ma dopo 4 ore cedo la testa perchè la mia torcia inizia ad affievolirsi e sono disturbato dal chiarore delle lampade che mi seguono... con alcune incertezze proseguiamo con innumerevoli attraversamenti de fiume... l'acqua è gelata e riprendere calore dopo ogni guado è difficile anche perchè il ritmo è calato ma l'idea di andare da soli non sfiora nessuno di noi.... durante un tentativo di salto alla Bolle scivolo su una roccia e cado in acqua fino alle spalle... in una frazione di secondo metto le mani a terra (che dolore) e schizzo fuori dall'acqua.... sono comunque tutto bagnato, fa freddo (0.5 gradi dice il termometro dell'orologio di Sergio) sta nevicando e non ho cambio (sono già in configurazione da freddo !!!). La mitica giacca CAMP antivento ed impermeabile mi ha salvato il tronco e le braccia dal gomito in su ma per il resto sono messo davvero male... ad una ragazza è già toccata due volte la mia stessa sorte e siamo guardati in modo strano dagli altri....dai meandri della mia mente emergono vari pensieri legati all'ipotermia ed all'Alaska.... con l'aiuto di un compagno strizzo i guanti (con una mano sola non ce la faccio) ed inizio a mangiare.... avrò bisogno di tanto carburante... e non siamo ancora arrivati sulla terza montagna, la più alta e con le creste più lunghe.... sono le tre di notte quando dopo circa quaranta minuti arriviamo al CP Mallin de las Nieblas, situato su un prato, a 1421 mt., ormai coperto di neve, consistente in una "cabin" (assi di legno vagamente accostate e con un tetto di analoga costruzione) dove apprendiamo che la gara è stata sospesa perchè in quota le condizioni sono proibitive.... i 4 prima di noi stanno dormendo nei sacchi a pelo e poichè la ripartenza è prevista per le 5.00 ci sistemiamo alla meglio... sono ancora bagnato... cosa succederà ora che verrà meno il calore prodotto dal movimento? Indosso l'ultima maglia calda che ho nello zaino (mi salverà la vita) ed i pantaloni antipioggia mentre poderosi brividi fanno sbattere rumorosamente il mio caschetto sul soffitto della tapera (rifugio di montagna). Non ho quasi acqua e riscaldo l'ultima rimastami... dopo un'ora mi svegliano i miei brividi... ho un freddo cane e non vedo l'ora di riprendere il cammino per riscaldarmi un pò... per me la sosta non è stata un vantaggio... in questo tempo ho consumato molta dell'energia ingerita in precedenza... tramite la radio della tipa dell'organizzazione sentiamo la comunicazione tra il direttore di corsa ed i Patrulleros (responsabili della sicurezza in montagna) che sono sul Cerro Manzano... 40 cm di neve, vientos blanco visibilità zero, troppo pericoloso mettere 700 persone quassù... plan B, plan B urla il Patrullero responsabile e dopo tre aggiornamenti simili il direttore di corsa decide per il piano B e cioè percorrere avanti e indietro la valle del Rio Minero ( 35 km...) per poi ricollegarsi al finale di percorso a livello della seconda ascesa.... il percorso alternativo è stato prudentemente marcato ma niente road-book per seguirlo con sicurezza...nel frattempo è arrivato anche Thomas (dopo circa tre ore da me) ed alla ripartenza alle 6.30 ci attacchiamo al gruppo di testa (sono del posto, figurati se non troveranno il sentiero migliore da seguire). Lascio così il mio trenino per seguire i top runners... sono così contento di potermi riscaldare che li seguo agevolmente leggendo nelle loro facce un certo stupore (uno di loro era arrivato a 18 min da Kilian Jornet 10 giorni prima in una maratona di montagna).... non navigano tanto bene perchè dopo due ore superiamo il "mio" precedente trenino di compagneros... mi sono nel frattempo accorto di aver PERSO il mio Road-book.... poichè ho distanziato Thomas, scelgo di abbandonare i primi (e se poi non li tengo e mi ritrovo da solo in una zona complicata?) e di ricollegarmi a loro... bene faccio e mi godo lo spettacolo maestoso del fiume che seguiamo ora dalla riva ora dall'alto di strapiombanti rocce che delimitano laghi dal colore verde smeraldo.... gli infiniti saliscendi sotto un caldo sole spaccano la testa ed ormai nessuno più accetta di correre... se continua così me li lascerò dietro nel finale di gara.... arriviamo all'ultima cantina con super mangiata e bevuta di coca cola.... riparto col primo treno che lascia il CP e imbocchiamo in senso inverso il sentiero che costeggia il Rio... incrociando gente in senso inverso mi faccio un'idea di facilità del sentiero e quando i miei lenti amici si fermano a fare acqua (si beve quella dei fiumi e ruscelli...), li lascio e trotterello avanti... incrocio di tanto in tanto altri concorrenti ed un patruleros che all'andata non avevo visto che mi confermano la bontà della mia navigazione.... ad un tratto ne incontro due che mi chiedono, credo, se sia meglio il sentiero in alto o quello in basso..... perchè, ce ne sono due? inizio ad agitarmi.... non trovo più le impronte delle scarpe sul terreno... il sentiero termina improvvisamente... che abbia sbagliato? le rocce in alto mi guardano con aria di sfida... impossibile per me arrampicare con una sola mano.... vedo l'affluente del Rio Minero che dobbiamo attraversare ma non riconosco il punto in cui l'abbiamo fatto all'andata... mi sono perso... inizio a guadagnare quota nella speranza di vedere qualcuno ma la bassa e fitta vegetazione di alberelli non aiuta.... mi sto allontanando sempre più dal mio cammino quando all'improvviso vedo oltre il fiume una figura che rapida affronta una salita e sparisce dietro una curva... come un pazzo mi metto a correre e cado di faccia a terra, fermandomi ad un millimetro da un ramo in corrispondenza del mio occhio destro.... mi rialzo e riprendo fino alla riva del fiume... sembra che l'acqua si molto alta... non importa, attraverso correndo ed imbocco la salita dove finalmente rivedo le impronte... le seguo e dopo un minuto di corsa in salita impiccata riprendo il mio "passaggio".... decido che non lo lascerò più anche perchè si tratta di una ragazza che ha assoldato una guida locale per farle la navigazione..... meglio di così. In effetti il tipo è meglio di un cane da tartufi, non sbaglia un colpo...p eccato per la velocità... se qualcuno ci supererà cambierò il passaggio. Attraversiamo stupendi boschi con delle dolorosissime canne di bamboo (quelle alte ti frustano dopo il passaggio di quello avanti a te - quelle basse ti sferzano il tuo piede seguente....) che ci fanno sanguinare gli stinchi... meno male che gli attraversamenti del ruscello La Negra danno sollievo ai poveri Missionari... Thomas è di nuovo con noi ma... ha una faccia.... è veramente stanco e nemmeno un incredibile bosco di alberi bianchi in uno spiazzo sassoso sempre di ciottoli bianchi riesce a scuoterlo... siamo ormai arrivati alla nuova salita del Cerro Newbery e relativa mostruosa discesa nel bosco percorso in senso inverso il primo giorno.... ormai ci siamo ma un dolore ad un ginocchio della ragazza ci rallenterà ulteriormente rendendo gli ultimi 20 km un autentico calvario... Thomas non è in grado di navigare correttamente ed io non gli propongo nemmeno di lasciare il gruppo...quest'ultima valle del Rio Bonito ci indirizza verso Villa La Angostura... quando arriviamo sulla strada asfaltata, mancano 5 km all'arrivo... una macchina dell'organizzazione ci scorta mentre noi tutti aumentiamo la velocità del passo... all' 1.38 arriviamo stringendoci reciprocamente la mano ed abbracciandoci..... è fatta MISION CUMPIDA... mi tolgo il caschetto e me lo infilo sotto la giacca a simulare il pancione di mia moglie mentre le emozioni compresse hanno il sopravvento. E' proprio così LA MISION : UNA AUTENTICA AVENTURA dove LLEGAR ES GANAR Per la cronaca l'organizzazione un pò "sudamericana" pone Thomas e me rispettivamente al 7° ed 8° posto assoluto !!!! Mentre io sono arrivato 3° di categoria... ma questo non c'entra nulla....
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Novità importanti calendario gare ultra 2011


| | | | La A.S.D. MAGREDI MOUNTAIN TRAIL in collaborazione con www.krakatoasport.com, www.mondoultranet.com e Gelindo dei Magredi (quartiere generale della manifestazione), è lieta di annunciare l’organizzazione di 2 eventi unici sul territorio italiano: Ø la 1^ Maratona/ 50 km/ 100 Km/ 6 Ore/ 12 Ore INDOOR Ø la 1^ 100 miglia in territorio interamente italiano In data 22 Gennaio 2011 si svolgerà presso il Pala2 di Piancavallo (PN) la 1^ edizione del PIANCAVALLO INDOOR, evento podistico al coperto, sulle distanze multiple di Maratona, 50 km, 100 Km, 6 ore e 12 ore. Circuito omologato FIDAL di 210 mt. In data 07/08/09 ottobre 2011 si svolgerà in provincia di Pordenone nei territori di Vivaro, Vajont, Maniago, Andreis, Frisanco, Cavasso Nuovo, Arba, Barcis, Piancavallo, la 1^ edizione della MMT100MILE (Magredi Mountain Trail 100 miglia). Percorso interamente off road con circa 5000mt di dislivello positivo. Oltre alla 100 miglia saranno in programma altre 2 gare competitive: la MMT60K (Magredi Mountain Trail 60 km – Seconda Edizione) e la GTM25K (Gran Trail dei Magredi 25 km). Il progetto MMT 100 MILE prevede un percorso interamente in natura sulle montagne pordenonesi passando per le Dolomiti Friulane (ora patrimonio dell’Unesco) e nel territorio dei Magredi (Terre Magre) Maggiori informazioni sul sito ufficiale delle manifestazioni: www.magredimountaintrail.com E sui siti di supporto: www.krakatoasport.com www.mondoultranet.com www.gelindo.com | |
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Magreid Mountain Trail di Andrea Accorsi
Domenica 03 ottobre all'alba delle 6.30, è partita dal centro di Vivaro (PN) la 1^ edizione del Magredi Mountain Trail, gara sulla distanza di circa 55km, con 1800mt. di dislivello +. 120 gli iscritti, di cui 101 partenti, tra i quali nomi di spicco del panorama trail, come Andrea Moretton, Ivan Zufferli e Ivan Cudin (vincitore solo 7 giorni prima della mitica Spartathlon), e Monica Barchetti (azzurra della 24 ore al rientro in gara dopo un lungo stop per infortunio), Luisa Balsamo (grande protagonista dei deserti) e Francesca Domini (esperta di skyrace). Il tracciato studiato dagli organizzatori, magistralmente coordinati dal Presidente Max Bello, prevedeva un primo tratto della lunghezza di circa 13 km, da percorrere all'interno dell'oasi protetta del "Magredi" (Terre Magre), una zona a prevalenza stepposa, formatasi lungo le sponde dei torrenti Cellina e Meduna, e sassosa. In tale luogo vi sono grandi varietà di flora e fauna. “Magredo” significa “terra magra”, cioè arida e povera d’acqua per la presenza dei sassi, anche se il regime delle precipitazioni rende il Friuli-Venezia Giulia la regione più piovosa d’Italia. Abbandonati i sassi prendeva il via la parte più impegnativa , ovverto l'erta del Monte Jouf, una elevazione prevalentemente boscosa che sorge e nord di Maniago. La quota più elevata è situata a 1224 metri ma il punto tradizionale di arrivo si trovava a 1203 metri in corrispondenza di una grande croce affacciata sulla pianura. Grazie alla favorevole posizione dalla vetta si godeva di un panorama estesissimo, a patto di superare le pendenze del 30/35% che per 2 eterni chilometri presentava l'arrampicata, superando un dislivello di 1100mt....!!! Lì era posizionato il primo ristoro, fornito in maniera impeccabile (finalmente qualcuno ha capito quanto sia gradita la Coca Cola e non i surrogati...!), che preludeva ad una splendida discesa, dove l'occhio non poteva resistere al rapimento offerta dalla natura circostante. Sali-scendi continui, tratti di vera montagna corsi su sentieri perfettamente segnalati; borghi antichi che testimoniano come il tempo sia ancora fermo in alcune zone d'Italia, a discapito di tutta la velocità e la tecnoligia di cui stiamo diventando schiavi noi abitanti di città. Natura, silenzio, poiane, mufloni, cerbiatti, scoiattoli, natura e ancora natura... Queste sono state le compagne di viaggio degli atleti nei successivi chilometri, insieme ad una fatica che si faceva piacere nel connubio che solo la corsa in natura è in grado di creare. Un plauso di merito va a tutto lo staff, che in prima istanza ha ampiamente superato l'esame della 1^ edizione, curando con particolare dovizia gli aspetti della salvaguardia del territtorio, della tutela degli atleti e dell'allegria, fattore di cui spesso gli organizzatori si dimenticano. Per la cronaca ha vinto Andrea Moretton, con il tempo di 5h26'42", precedendo l'atleta di casa Ivan Zufferli (5h34'46") e Andrea Miotto (5h54'05"). In campo femminile vittoria per Francesca Domini in 6h40'57" (15^ assoluta), davanti a Luisa Balsamo (7h03'01') e Monica Barchetti (7h24'13"). Ognuno dei 98 arrivati (solo 3 ritiri su una gara così impegnativa sono già di per sè un successo...) ha potuto godere di un vero e proprio momento d'euforia all'arrivo, grazie allo spirito che ha unito tutti, sia quelli già arrivati, che gli organizzatori, nel tributare il giusto omaggio fino all'ultimo arrivato. Crediamo fermamente che questo sia lo spirito giusto per promuovere il nostro sport. |
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1° 24 ore di Grenoble raccontata dal protagonista, Andrea Accorsi
Torno dalla Francia con un paniere ricco di doni. Oltre alla soddisfazione personale per il risultato ottenuto, mi rimangono nel cuore una serie di emozioni difficili da stemperare nell'arco di pochi attimi ed ancor più arduo è il compito di descriverle cercando di non risultare patetico. Corro le gare di 24 ore per un motivo ben preciso: mi fanno sentire quello che io definsco "l'alito vitale della corsa", ovvero quell'insieme di situazioni, emozioni, percezioni che solo nell'arco di tante ore possono davvero scorrere sulla pelle ed all'interno del mio cuore. Un susseguirsi continuo di gioia, sofferenza, rimonta, abbattimento, resistenza, e poi ancora gioia, ancora dolore, ancora sudore, un'altro chilometro, uno ancora, poi il buio, il freddo, le voci lontane, quelle vicine, i ricordi di un tempo, i problemi di adesso, quelli di sempre, il suo sorriso come fosse una medicina, poi l'alba, la prima luce nel cielo, gli occhi degli altri, i miei ancora aperti, di nuovo il sudore, la sete sul palato asciutto, la Coca Cola come fosse un nettare divino, la birra più tardi, l'ultima ora, l'ultimo sparo... E' già finita? Dentro a questo delirio di brividi si concentra un'eperienza che mi porta ogni volta a conoscermi meglio, a conoscere la mia piccola dimensione di uomo e di atleta, ma che più di ogni altra cosa mi gratifica per ciò che Dio mi ha donato: la vita. Ridurre la 24 ore ad una semplice gara di corsa, sarebbe come descrivere la Divina Commedia paragonandola ad un romanzo... A Grenoble ho avuto la riconferma, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto questo mio pensiero sia fondato. Nel momento cruciale della gara (perchè non bisogna mai dimenticare che sempre di una gara si tratta), quando insieme a Philippe Warembourg (francese da 251 km) e Emmanuel Conraux (altro francese da 255 km) ci giocavamo il podio, proprio da loro, dalle loro voci, mi sono arrivati gli incoraggiamenti per resistere, per andare più forte, per crederci fino in fondo. Io non sò se questo accade anche negli altri sport (dove a volte ho la sensazione che il lato puramente egoistico della propria prestazione prevalga sempre e comunque su qualsiasi altro valore), ma sono certo che in quello che pratico io (l'ultramaratona), la fratellanza ed il profondo senso di rispetto per il valore altrui, sia qualcosa di tangibile, al punto di sentirselo tatuato sulla pelle. Un plauso di merito va a tutto lo staff dell'organizzazione, impeccabile, precisa, generosa e umanamente molto sensibile, sotto ogni punto di vista. E pensare che si trattava di una prima edizione. Nessun comunicato stampa, nessun record da battere, niente proclami di stampo fieristico; solo quello che richiede una buona 24 ore: senso di rispetto nei confronti di chi si presta a soffrire e di chi assiste. Nello specifico io ho un vantaggio in più rispetto agli altri, e questo fa di me, oltre che un uomo fortunato, anche un atleta con un pizzico di autoconsapevolezza maggiore: io posso contare su Monica. Senza di lei, e senza quel nostro "sentirsi un'unico fiato, un unico passo, un unico essere", tutto sarebbe molto più arduo. La sua notte è la mia notte, lei è la mia sicurezza nei ristori, la mia voce nello sconforto, la mia voglia di fare ancora un giro, un altro ancora, per arrivare là, dove sò che i suoi occhi s'incastrano nei miei, e tutto diventa facile. Anche correre per 24 ore, anche fare 231,586km. Grazie di cuore a tutti gli amici, a quelli che hanno trascorso la notte svegli davanti al monitor del computer, rischiando la tachicardia da caffè, e che al mattino della domenica mi hanno fatto sentire il loro immenso calore. |
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Enrico Vedilei : Spartathlon 2010 e Ivan Cudin
Spartathlon 2010 Dentro la testa ho sempre le parole del campionissimo brasiliano Valmir Nunes, quest’atleta ha vinto di tutto, fra le più famose la Badwater (detiene tutt’ora il record), la Spartathlon e la 100km del Passatore, ha un personale di 6.18 sulla 100km e 273km nella 24 ore.Quest’atleta è un amico e in questi giorni passati in Grecia in occasione della Spartathlon spesso abbiamo parlato di Ivan Cudin, il vincitore di questa edizione che anche lui aveva previsto salisse sul podio insieme a lui a tal punto che scherzando fra di loro diceva che avrebbero corso insieme fin quasi sotto la statua di Leonida, da li si sarebbero sfidati a gomitate per giungere primo a baciare il piede di Leonida. Naturalmente lo raccontava con il sorriso sulle guance e con gesti tipici brasiliani che era meglio di vedere un film comico in TV. Mi ha sempre detto che una volta tornato in Italia dovevo parlare e far parlare di questa impresa a più non posso perché Ivan è un bravo ragazzo, oltre a un grande atleta. Mi ha raccontato della realtà brasiliana dove una vittoria del genere avrebbe sicuramente portato alla ribalta il nome di Ivan, cosi come è successo a lui dopo la vittoria alla 100km del Passatore del 1991.Provo a parlare di Ivan e degli altri protagonisti a modo mio. Ivan Cudin Ivan è un ragazzo d’oro, il padre di Filippo Poponesi scherzando diceva “questo ragazzo è bravo in tutti i campi, sportivo è culturale, peccato che la natura ha dato tutto a lui e niente a mio figlio”. E’ vero, Ivan con i suoi gesti umili, cordiali e gentili si fa amare da tutti, è un grande. Umile anche quando a 20km dalla fine è stato raggiunto dall’olandese a cui voleva proporre di arrivare insieme al traguardo ma costui non gli ha dato tempo di parlare attaccandolo, questo gli ha dato la forza di staccarlo e percorrere gli ultimi chilometri a forte velocità e prendersi qualche rischio. Infatti è caduto in una curva bagnata e per qualche attimo ha pensato al peggio.Il giorno prima della gara ha fatto un giro culturale per Atene e tornato in albergo aveva in bella evidenza un ricordino di colombo e scherzando mi ha detto “sarà un segno del destino che proprio io sono stato colpito?” Ivan era un segno premonitore importante come il pettorale che ti hanno assegnato, 111. 23.03.06 è il 7° tempo assoluto ottenuto in questa gara ma se si analizzano bene i fatti, sicuramente vale molto di più in quanto tutte le altre prestazioni che lo precedono avevano degli accompagnatori al seguito a differenza di Ivan che correva da solo e per di più ha confessato che almeno 7-8 ristori quando è passato lui non erano ancora pronti e quindi li ha dovuti saltare. A dimostrazione di questo, Scott Jurek (grande amico di Ivan e Nunes) non ha partecipato perché non ha trovato chi gli faceva l’assistenza. Alle premiazioni avvenute nella piana di Maratona (di fianco allo start della maratona Olimpica), un’autorità greca si è avvicinato a Ivan e gli ha detto che le occasioni importanti vengono vinte sempre da italiani, prima Baldini con la maratona Olimpica e oggi tu. Ricordiamo che quest’anno ricorreva i 2500 anni della leggenda di cui si narra che Filippide corse da Atene a Sparta per chiedere aiuto ai soldati spartiani a cui si è ispirata la gara.Peccato che in Italia c’è una bella differenza fra maratona e ultramaratona. Come non ricordare Ivan vincitore della prima edizione della gara che organizzo io. Ero all’arrivo ad accoglierlo e me lo vedo tornare indietro a 20mt. dal traguardo, stupito non capivo, poi però dopo pochi secondi ho capito tutto, era tornato indietro ad aspettare e arrivare insieme al 2° classificato, lo svizzero Marco Gazzola. Quest’anno era infortunato ma mi ha detto che veniva lo stesso a darmi una mano, pensavo scherzasse e invece la mattina della gara me lo sono visto di fronte. Non credevo ai miei occhi. Ivan non finirò mai di ringraziarti. Oltre alla vittoria di Ivan, questa edizione ha fatto registrare anche il record di arrivati italiani infatti ben 11 atleti hanno tagliato il traguardo, questi sono (in ordine di arrivo):38° Ciro di Palma in 33.01.01;50° Filippo Poponesi in 33.49.3670° a pari merito Carmelo Nucifera e Corrado Buzzolan in 34.23.14; 80° a pari merito Paolo Bagnoli e Giacomo Maritati in 34.46.19; 82° Gianluca Metelli in 34.46.39; 98° Marco Mazzi in 35.04.35; 124° Alessandro Papi in 35.41.38; 128° Adalberto Sabatella in 35.50.15. Dopo di loro e fuori tempo massimo Massimiliano Fancoli. Questo ragazzo è stato fermato all’ultimo ristoro (2,4km dalla conclusione) ma è voluto lo stesso arrivare in fondo. E’ arrivato malconcio e sorretto dagli amici Zambon e Galimberti ma alla fine grande gloria per lui perché quelli rimasti all’arrivo lo hanno applaudito come vincitore morale della manifestazione. Il gruppo italiano è stato molto allegro e complice l’euforia della vittoria in assoluto e dei molti atleti finisher, spesso si finiva per intonare l’inno Nazionale o i vari inni alla vittoria come il famoso po po po (che Filippo tramutava in Popopov). Questo ha portato molto calore e presto si sono formati i gemellaggi con brasiliani e un nutrito gruppo di coreani. Premiato come atleta più vecchio mai classificato, il 75°enne tedesco Alfred Schippels che ha concluso la sua fatica dopo 35.23.19. Dal ritorno dalle premiazioni abbiamo avuto il piacere (non so se anche per lui è stato un piacere visto che Filippo con le sue fenomenali barzellette aveva animato la comitiva di italiani) di averlo vicino di sedili e quindi ne abbiamo approfittato per parlarci un pochino. Ha detto che questa era l’ultima volta che partecipava a questa manifestazione perché l’età non gli è lo permette più. Come non credergli.Una volta tornato a casa mi sono informato sul suo conto e ho scoperto che ha dei personali non indifferenti e cioè 230,139 nella 24 ore ottenuto nel 1992 e nello stesso anno in occasione dell’Europeo di specialità si è classificato 7° assoluto. In seguito è arrivato 11° all’Europeo del 1993 e 16° nel 1996 con 221,070km (alla bella età di 61 anni). In seguito ha ottenuto 8.57.43 nella 100km all’età di 65 anni e 194,489 all’età di 73 anni. Più giovane finisher, almeno per quest’anno, la giovane estone Heleen Vennikas di soli 22 anni che ha concluso in 35.05.13 accompagnata dal padre Peeter. In gara anche la madre che però è stata costretta al ritiro. Tutti e 3 i componenti della famiglia fanno parte della propria Nazionale di ultramaratona e per festeggiare il compleanno del padre/marito avevano pensato di correre insieme la Spartathlon. Non ho parole. Mi sono informato anche su questa giovane atleta e ho scoperto che ha corso la sua prima 100km ha 17 anni in 12.22.16, nel 2007 è giunta 10° assoluta all’Europeo della 24 ore e quest’anno ha ottenuto il personale di 166,555 in occasione del Mondiale di specialità. In questa occasione ha corso sempre con la mamma mentre il padre ha concluso con poco più di 191km (vanta un 221km). Insomma una famiglia di Nazionali, ben 8 le presenze totali di cui 1 la mamma Pille, 3 Heleen e 4 il padre Peeter. Gli italiani con gli 11 arrivati di quest’anno salgono a 51 finisher (33 atleti), di seguito in ordine di presenze l’elenco completo:6 Castagnoli Mario;4 Papi Alessandro e Luzietti Luigi;3 Bordini Roberto e Bazzana Lucio;2 Cudin Ivan, Tretto Livio e Nucifera Carmelo;1 Nuvolara Giuseppe, Marangotto Casimiro, Recchia Vito Antonio, Torelli Giovan Battista, Zava Luca, Zoncolo Paolo, Sartori Stefano, Gross Ulrich, Gross Annemarie (tutt’ora unica italiana), Cesconetto Daniele, Zuccari Ugo, Aldovini Roberto, Molteni Stefano, Tallarita Antonio, Rovera Paolo, Barichello Gastone, Migneco Gianni, Di Palma Ciro, Poponesi Filippo, Buzzolan Paolo, Bagnoli Paolo, Metelli Gian Luca, Maritati Giacomo, Mazzi Marco e Sabatella Adalberto. Enrico Vedilei |
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Perchè
U.Ti.Emme Run?
Acronimo per Ultra, Trail, Marathon, più Run inteso come corsa
in generale. Il desiderio è quello di spaziare attraverso tutti
i settori del podismo, con un occhio di riguardo per il lato meno
“sportivo” degli atleti: solletichiamo la vostra curiosità e la
vostra voglia di conoscere tutto ciò che “gira intorno” agli eventi
a cui partecipate.
Cosa hanno in comune corsa, arte e cultura? Apparentemente poco,
eccetto forse l’idea di questo progetto: parlare di corse ma non
solo, far conoscere le bellezze, le curiosità e le tipicità dei
luoghi in cui si svolgono le competizioni, su e giù per un’Italia
sempre affascinante e ricca di sorprese.
Il nostro desiderio più grande è quello di raggiungere quanti più
podisti possibile e coinvolgerli nello sviluppo di questo progetto.
Inviateci quindi segnalazioni e suggerimenti, ne faremo tesoro!
Scriveteci la cronaca delle vostre esperienze, saremo lieti di
pubblicarla.
In forma giuridica Utiemme Run è un’Associazione Sportiva Dilettantistica,
senza scopo di lucro. |
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